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"STORIE DI EMARGINAZIONE NEL MONDO DELL'AFASIA"
di
Olimpia Casarino Esistono
tempi interiori- tempi di relazione- tempi di comprensione- tempi di
accettazione - tempi di crescita molto diversi che separano il mondo
dell’afasia da quello della “normalità”. Le persone normali non
sono preparate adeguatamente a convivere con l'handicap , non pensano
mai che rischiano all'improvviso, da un momento all'altro, di dover
affrontare in prima persona il problema della "diversità"; il
mondo delle persone normodotate è spesso in fuga dai messaggi
inquietanti e dalle testimonianze di sofferenza e di lotta di cui è
pieno il mondo della disabilità. Strana parola questa disabilità:
sottointende un concetto diminutivo di valore in persone che, invece,
esprimono la loro abilità semplicemente in modi diversi e molto più
creativi. Proprio per queste ragioni, per noi afasici, impediti nella
comunicazione verbale con il mondo esterno, con il mondo della normalità,
il nostro rapporto profondo tra di noi e con chi sa avvicinarsi a noi è
speciale. Siamo portavoci di una ricerca interiore, di un percorso che
facciamo insieme, il mondo di chi ci è vicino in una dimensione di
normalità e noi nell’altra, TESTIMONI di in una splendida, magica e
rara sinergia che incrocia “una tantum” questi due mondi, che
procedono nella vita comune come treni su binari
lontani e paralleli, due dimensioni di vita, due universi
contrapposti, che raramente si incontrano e si fondono. Insieme
a migliaia di altre persone nel mondo, noi afasici siamo andati a
seminare messaggi, come nella parabola della semina: “Ecco, il
seminatore uscì a seminare. E mentre seminava, una parte del seme cadde
sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono. Un’altra parte
cadde in un luogo sassoso, dove non c’era molta terra; subito germogliò,
perché il terreno non era profondo. Ma, spuntato il sole, restò
bruciata e non avendo radici si seccò. Un’altra parte cadde sulle
spine e le spine crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sulla
terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il
trenta. Chi ha orecchi, intenda.” (Vangelo secondo Matteo, 4-9) Il
seme, non a caso, nella
parabola rappresenta la parola. Il messaggio ,seminato in varie
dimensioni, si scontra con le difficoltà di comprensione del contesto
sociale cui è rivolto, simbolicamente rappresentate dalle difficoltà
della natura ( sassi, terra poco profonda, spine). Diventa produttivo e
dà frutto solo quando attecchisce nella terra buona, coltivata solo da
poche anime sensibili che
ascoltano la parola e la comprendono e la applicano con amore e
costanza. Noi
stiamo spargendo il nostro seme nella speranza che qualcuno lo raccolga
e lo porti a maturazione. Altro non possiamo fare, altro non ci è
dato di fare. Nello squallido contesto politico-sociale in cui
viviamo, privo di valori etici su cui è impossibile impostare politiche
fondate sul pieno rispetto della vita del prossimo (vedi terremoto
ultimo e morte di bimbi innocenti), non è facile andare controcorrente. Non
è detto che in questa vita vedremo il risultato del nostro lavoro,
ma può darsi che altri, dopo di noi, raccolgano i frutti del
nostro lavoro. L’importante è crederci e operare comunque. Io non ho
niente altro di cui valga la pena occuparmi, non devo niente a nessuno,
non vendo la mia coscienza e la mia anima agli interessi della
speculazione economica che avviene ogni giorno sulla pelle di chi
soffre. Interi lunghi passi di libri splendidi come quello della Serrano, (il cui titolo tradotto in italiano perde moltissimo del suo contenuto passando dall’originale “Perché non mi dimentichi” all’anonimo e incomprensibile “Il tempo di Blanca”) andrebbero letti e discussi nei seminari di formazione con gli operatori. Ma a quanti operatori interessa davvero scendere dal piedistallo della loro delirante onnipotenza per entrare nel mondo reale della sofferenza? per sentirsi demoliti nelle loro presunte certezze metodologiche? per correre i rischi inevitabili nel divenire portavoci coraggiosi di nuovi messaggi diretti all’apertura mentale verso altre esperienze? a quanti interessa l’essere? la ricerca della condivisione umana aldilà delle tecniche? In 24 anni di esperienza diretta nell'afasia, pochissimi operatori nell'ambito della riabilitazione hanno manifestato l’ umiltà, la sensibilità, il rispetto e l’attenzione indispensabili verso quel mondo dell’afasia definito dalla Serrano “prigione bianca”. Ma
ancora una volta si tratta di credere nella validità di un messaggio
che prima o poi qualcuno raccoglierà, farà suo nel tempo….. Questa
è la sola azione importante che possiamo fare, a prescindere dal
risultato che, comunque,
incide scarsamente sulla realtà sociale del mondo della riabilitazione
i cui interessi vanno in opposte direzioni e raggiunge ancora pochi
afasici. Trovo molto vera l’affermazione dell’autrice che nel vissuto di una persona afasica sia sempre presente” la forte tentazione di tagliarsi fuori del tutto”. “Essere
libera: smettere di essere una persona. Smettere di essere una persona:
la
libertà. Tentazione di vivere al margine.” Questo
vissuto mi appartiene soprattutto nell’esperienza relazionale
allucinante avuta con la quasi totalità dei medici
la cui formazione tipicamente occidentale diventa spesso
“deformata espressione di un potere medico”, non a caso, definito
“mafia bianca”. Un potere che investe la sua alta professionalità e le sue energie migliori nella
ricerca applicata sempre più nel campo privato; un potere che non
sostenendo, non incentivando in nessun modo il processo politico per il
miglioramento delle strutture pubbliche, si rivolge a una sempre più
ristretta categoria di persone abbienti ; un potere che lotta
accanitamente per la difesa del suo mercato monopolistico e ostacola di
fatto la divulgazione, la sperimentazione e l’applicazione paritaria
della millenaria medicina naturale e orientale, (omeopatia, agopuntura,
fitoterapia, massaggi terapeutici, ecc.) collaudate dalla esperienza
ospedaliera in campo diagnostico e terapeutico come avviene da sempre
per la medicina tradizionale cinese. La “medicina naturale”,
praticata in tutto il mondo, alla quale anche in Italia, attualmente,
ricorrono milioni di persone,viene ancora, in pieno 2000, ostacolata
nella sua diffusione. E’ anch’essa spinta a vivere ai margini e si
sta trasformando in “medicina di elite” perché , restando al di
fuori dalla sua sede più idonea, l’ospedale, ha alti costi ed è
costretta pur di esistere, ad operare privatamente.
Da sempre, già prima dell’ictus, e soprattutto dopo l’ictus,
ancora di più oggi, a distanza di tempo, ho la forte sensazione
interiore di forte appartenenza alla categoria dei pezzenti però liberi
e pensanti, è descritta con particolare intensità nel tempo di Blanca:
“Mio padre un giorno mi disse: o direttore di banca o sotto i ponti
del Mapocho. Non credeva al giusto mezzo, dove secondo lui non c’è
grandezza. Disse che il giorno in cui avesse ritenuto insensato
spogliarsi ogni mattina per ricevere la carezza benefica dell’acqua,
il giorno in cui gli fosse sembrata un’impresa da titani farsi la
doccia, quel giorno si sarebbe messo a mendicare per strada. Grandezza
oppure decadenza- che ai suoi occhi avevano la stessa vastità- purchè
assolute. Mi spiegò che le tappe intermedie -quando il crollo è
imminente e non si riesce ad accettarlo, quando si lotta contro di esso
senza speranza- quelle sono il vero fallimento. O re o pezzente, niente
vie di mezzo insomma. Mi ricordo che risi il giorno che me lo
disse. Oggi,
preferirei mille volte essere una homeless a Manhattan piuttosto che
una mezza donna qui a Santiago.” L’ipertesto
sul dibattito aperto sui problemi nel mondo della riabilitazione,
apparso sul sito dell'ALIAS (www.aphasiaforum.com), è coinciso
temporalmente, ma non a caso, con la lettura del libro “Il tempo di
Blanca”, due occasioni per accentuare quella che in me è
“naturale vocazione alla introspezione da cui deriva
la riflessione”. La
prima osservazione che mi viene da fare è che le riflessioni e i
ricordi del mio vissuto di afasica, delle esperienze vissute con gli
afasici e tra gli afasici
potrebbero chiamarsi “Storie
di emarginazione nel mondo dell’afasia” perché parlano
non solo di persone colpite direttamente dall’afasia, ma anche degli
operatori della riabilitazione, in particolare di quelli dotati di
sensibilità, apertura mentale, coraggio e grandezza d’animo, che ho
avuto la fortuna di incontrare. La
prima domanda posta dall’ipertesto, non a caso, è relativa al contesto;
è un’ invito alla riflessione su un interrogativo preciso: quale è
l’ambiente più adatto nel quale svolgere una azione di stimolo alla
comunicazione? Molte
sono le osservazioni da fare al riguardo, ma credo che non si possa
,in nessun caso, mai 1-prescindere da una attenta osservazione
dell’ambiente familiare in cui vive la persona afasica. Il
contesto familiare, a chi sa leggere ,offre una miniera di
informazioni, tra le quali c’è solo l’imbarazzo della scelta sugli
stimoli da cui partire per l’avvio di una comunicazione che realmente
interessi la persona afasica. Tutti gli afasici mostrano insofferenza,
fastidio, e rifiuto per le tecniche usate dai foniatri,
si sentono trattati da imbecilli o da bambini dell’asilo,
mortificati nella ricchezza di quel mondo interiore che sono
impossibilitati a comunicare, angosciati dal tempo loro assegnato per
guarire, tempo che a loro occhi passa invano, dalla titanicità dei loro
sforzi per pronunciare parole “infantili” e non “significative”
per loro in quel momento della loro vita. Tutto questo significherà
pure qualcosa…ma, ciò nonostante, nella stragrande maggioranza,
specie al sud, gli specialisti e riabilitatori dell’afasia procedono
come carri armati, ignorando il disagio degli afasici e non modificando
una virgola nel loro comportamenti e nelle metodologie utilizzate.
Ed è inevitabile per capire le ragioni della rabbia provata da tutti gli afasici, raccontare le tappe della mia traumatica esperienza rieducativa, perché inconsciamente è ancora viva in me la sofferenza sepolta nel profondo ,nonostante il passare del tempo e l’impiego dalla razionalità per superarla. Affiorano
come da un lontano passato, uno dopo l’altro alla superficie,
ricordi angoscianti… rivivo le molte fasi del completo
abbandono in cui fui lasciata credendomi il mondo esterno, perfino
medico,”un vegetale”. Questa percezione esterna che il mondo aveva
del mio stato era in netto contrasto con la mia percezione interiore,
rimasta sempre intatta, con lucidità e consapevolezza avvertivo
l’arrivo dell’ictus sentendo l’immobilità dell’intero lato
destro che si era paralizzato, l’impossibilità di parlare ,finanche
di emettere un suono; con la percezione corporea scoprivo, nel toccarmi
con la mano sinistra il viso, che il labbro superiore destro rigido e
storto, assumeva quella
tipica smorfia da ghigno degli afasici. Realizzai
con terrore di essere entrata ufficialmente nella categoria degli
anziani colpiti da trombosi, che ben conoscevo e che venivano
semplicemente abbandonati al loro destino, non recuperati alla vita in
considerazione del fatto che “tanto avevano già vissuto la loro
vita”. Questo atteggiamento mentale, largamente diffuso e tuttora
presente mi aveva sempre fatto rivoltare le viscere per la rabbia. E non
molto diverso, nella sostanza, fu il trattamento riservato a me,
nonostante la mia giovane età, 28 anni. Iniziamo
col dire che l’evento ,verificatosi a prima mattina, si inserì nel
quadro di uno sciopero ospedaliero ad oltranza del novembre 1978 - cosa
allucinante per una società che si definisce civile- con le conseguenti
difficoltà non solo di reperire un’ambulanza ma anche di trovare il
posto idoneo a soccorrermi, nonché medici disponibili a venire a
visitarmi. Lunghe ore interminabili vissute nell’attesa di un soccorso
…..e altre ore vissute
nei vani e disperati tentativi di comunicare con gli occhi a chi mi
stava vicino, completamente in tilt, data la particolare situazione, del
mio bisogno fisico di urinare e di avere
un contatto umano, corporeo, emotivo con
mio figlio piccolo che invece fu subito allontanato, nonostante
avesse percepito la gravità della situazione ed avesse, proprio lui,
chiamato il padre a soccorrermi. Misuravo
il passare del tempo, essendo consapevole di non saper più leggere, né
contare, né leggere l’ ora … l’orologio tanto familiare che
regolava implacabile il ritmo frenetico della mia vita quotidiana, era
diventato all’improvviso un oggetto estraneo ed incomprensibile…
stesa sul letto nella mia forzata immobilità
,osservavo dal balcone della stanza da letto, il lentissimo
passare del tempo dal cambiamento dei colori determinato dal variare
dell’intensità della luce del sole…il passare del mio tempo
interiore era associato al tempo della luce: dal chiarore della mattina,
alla luce piena del mezzogiorno, alla
luce che si riduceva quasi subito nel pomeriggio invernale, al buio
della sera…. Assistevo
impotente al frenetico andirivieni di persone sconosciute che, dopo
essersi affannate a farmi domande alle quali non potevo rispondere,
spaventate dalla mia gravità, impotenti nell’aiutarmi, mi
abbandonavano al mio destino. Il suono del telefono che squillava in
permanenza era il segnale di risposta alla richiesta disperata di aiuto
che si affievoliva col passare delle ore, il tam tam della solidarietà
si era mosso e rispondeva
come poteva….. Eppure
i mass media avevano dato ripetute assicurazioni, rispetto allo sciopero
ospedaliero che sarebbe stata garantita comunque l’assistenza a
situazioni di grave emergenza….. A
tarda sera, l’arrivo dell’ambulanza, reperita a fatica e per effetto
di una raccomandazione di
un mio caro amico medico, nel classico stile clientelare del sud, il
veloce caricamento sulla barella, il correre a sirene spiegate tra il
traffico impazzito della città, l’arrivo in ospedale, dove fui
semplicemente parcheggiata nell’antisala della rianimazione e
nuovamente lasciata da sola. Non riuscivo a capire il passare del tempo
perché ero all’interno, senza finestre ed avevo paura ,pensavo :”se
muoio, qualcuno prima o poi se ne accorgerà? Saprà chi sono? avviserà
qualcuno? ”….poi l’ingresso nella stanza di una vecchina, ospite
come me in quel luogo strano, anticamera della morte, che si apprestava
a dormire su un lettino improvvisato. Capii quasi subito che si trattava
di una persona con problemi mentali, forse affetta da demenza senile,
perché si comportava in modo strano, parlava da sola e si toccava in
permanenza, aggirandosi nello spazio e studiando con molta attenzione il
nuovo oggetto misterioso arrivato quando lei non c’era….. Il mio
silenzio la irritava, mi toccava, mi scrollava per indurmi a parlarle,
facendomi quasi cadere dalla barella, non capiva perché ero muta,
pensava che non volessi parlare con lei e urlava ed inveiva contro di me
che ero assolutamente impotente….Le
sue grida svegliarono un’infermiera che finalmente venne a vedere,
capì la situazione di pericolo e si portò via la vecchina. Passarono
altre ore in cui rimasi da sola rimpiangendo perfino la compagnia
turbolenta dell'anziana signora, gelandomi nel lago di urina che la mia
vescica aveva trattenuto fino al limite dell’umana resistenza, cosa
già umiliante in sé , ma ancora più per l’etichetta di
“incontinente” affibiatami dallo specialista che subito dispose che
venissi cateterizzata. Il neurologo dell’ospedale, venuto all’alba
del giorno dopo, corse precipitosamente ai ripari -dopo 24 ore trascorse
nell’attesa di un soccorso medico- diagnosticò velocemente che ero in
pericolo di vita e rischiavo di entrare stabilmente in coma, tutto
questo senza rivolgermi nemmeno una parola di conforto. Ora si
occupavano tutti di me-col passare del tempo erano diventati una decina
i medici intorno a me- del mio corpo fisico esplorandolo tra punture
lombari ed altre torture che non riuscivo a vedere, dato che operavano
alle mie spalle . La sensazione più allucinante era la netta percezione
dell’assenza di un rapporto umano. Tutti si comportavano con me come
se fossi un vegetale, come se io non esistessi come persona , come se
non fossi là ,come se non percepissi il dolore , come se non avessi
un’anima, una sensibilità o emozioni e paure che non potevo
esprimere. Mi fu chiaro che nessuno di loro percepiva che io ero lucida
e comprendevo tutto e sentivo tutto in maniera amplificata perché gli
altri sensi compensavano la mancanza della parola. Vissi
per 21 giorni in uno stato di coma semicosciente, alternando brevi
momenti di lucidità ad altri senza tempo, in cui mi sentivo leggera e
mi vedevo volteggiare dall’alto sulla stanza e sul mio letto, non
capendo se fosse realtà o stessi sognando. Per vent’anni ho taciuto
sull’esperienza dell’incontro con la luce e con la voce nell’altra
dimensione, e sul messaggio
ricevuto che” era troppo presto, che dovevo tornare nel mio corpo,
alla mia vita, che dovevo prima completare la mia missione sulla terra e
poi tornare nella luce dalla quale venivo”, ma non mi fu detto quale
lavoro dovessi completare per tornare a casa… Temetti
a lungo di avere avuto una allucinazione provocata dai farmaci e dal mio
stato…ma quell’esperienza si ripetè più di una volta e
in seguito capii che con l’ictus si era attivato un canale
particolare di comunicazione. Ai miei non dissi niente ,temendo di
essere considerata pazza e per molti anni mi sono chiesta quale fosse la
missione. Da
quel momento iniziò il mio calvario nei rapporti con gli operatori che
fecero di me , o meglio del mio corpo, la cavia da loro preferita,
oggetto di esami strumentali cruenti, di sperimentazioni di metodologie
cliniche antiquate, nonché oggetto delle loro visite continue per
studiare da vicino il caso “misterioso”. Era
proprio nei momenti di maggiore sofferenza fisica ed interiore che si
ripetevano le mie uscite dal corpo…. All’epoca,
ero il più giovane caso di trombosi, rimasto senza spiegazione, in
quanto ad accertamento delle cause che l’avevano determinato. Per dieci anni ho convissuto con la paura di un possibile secondo ictus, non essendo stata accertata la cause o le cause, per quanti esami sofisticati continuassero a fare su di me. Praticamente non ho vissuto mai pienamente la mia vita alternando stati depressivi a tentativi di suicidio per lo sfinimento che mi procuravano i tentativi di stabilire relazioni umane, fino a quando non ho incontrato sulla mia strada delle persone meravigliose , primi portatori di messaggi di luce e divulgatori di una concezione diversa della vita e dei rapporti. Iniziò il viaggio nella dimensione olistica, fondata sul rispetto della persona percepita nella sua interezza e cominciai a capire e a ricercare con lo studio della medicina orientale le cause che avevano determinato il mio ictus. Solo attraverso la conoscenza di sé stessi, si ottiene la consapevolezza dei nostri comportamenti dannosi per la nostra salute e per la nostra vita. Solo con il coraggio e la forza di volontà si attiva il processo di trasformazione che si chiama “guarigione”. Ricordo
ancora con terrore,le visite di studio fatte con il corteo degli
studenti al seguito, le dimostrazioni pratiche a base di forti
pizzicotti che mi facevano dare al braccio destro immobile, livido e
sempre dolente per mancanza di fisioterapia. Era allora malata l’unica
fisioterapista regolarmente assunta per un ‘intero reparto che tra
maschi e donne ricoverate in Neurologia ,tutti bisognosi di trattamenti,
ammontavano a una quarantina di persone. I medici, gli aiuti e gli
assistenti provarono con tutti i loro “poveri” mezzi a farmi
parlare. Uno di loro era convinto che prima o poi parlassi per effetto
della sua tenace terapia di pizzicotti che avevano l’unico effetto di
aggiungere altri lividi a quelli prodotti dalle flebo, vere e proprie
bombe atomiche di farmaci tossici a base di cortisone, costantemente in
vena, finanche nei piedi, notte e giorno per 21 giorni di semicoscienza
prodotti dall’ingresso in coma vigile, più dei gemiti di dolore
paragonabili più simili a urla animalesche che a vere parole non
riuscì a far emettere dalla mia bocca. Un altro si metteva a piedi del
mio letto e mi invitava ,tra i risolini degli studenti, a ripetere il
verso della mucca facendomi continuamente questo verso che è rimasto
impresso nella mente come un marchio a fuoco
muuu….muuuu…muuuu, poi registrò il fallimento del suo
tentativo e passò alla parola più gentile mamma dicendomi: ” è
facile, ripeta con me, maaaammmma, deve sforzarsi di parlare…”. Anche
se avessi potuto parlare, avrei preferito morire che entrare in
relazione con un medico che non aveva il benché minimo rispetto della
sofferenza. Dopo i suoi pochi tentativi andati a vuoto, sorridendo compiaciuto davanti ai suoi studenti, si allontanava,mentre il mio vomito verde usciva dalle mie viscere e il mal di testa aumentava dopo ogni loro visita e insieme al malessere fisico cresceva la mia disperazione. Mi sentivo oggetto da fiera, fenomeno da baraccone e ricordai le scene del film “L’uomo elefante” ,identificandomi in pieno con il protagonista. Il tempo non passava mai, soprattutto la notte, che trascorrevo insonne a contemplare il livello delle flebo, regolate apposta goccia dopo goccia perché finissero all’ora del cambio di turno degli infermieri prezzolati, che la povera mamma mia alimentava, su gentile loro richiesta , a tonnellate di salsiccie e friarelli, pur di ottenere il permesso di restarmi vicina, dormendo a tratti, su una scomoda sedia per tutte le 45 notti…..una notte cadde dalla sedia, si fece male, io non potevo parlare né suonare il campanello perché avevo il braccio sinistro con la flebo in vena, e fu soccorsa da una paziente nello stanzone della morte a dieci letti. Ogni persona che operavano, raramente superava l’intervento e c’era un ricambio continuo di persone gravemente malate, ma l’angoscia della morte produceva anche una grandissima solidarietà umana cementata dalla sofferenza e dal dover subire l’arroganza e la stupidità di comportamento della stragrande maggioranza del personale medico e paramedico. I miei occhi erano il solo mezzo di comunicazione di cui disponessi. Avevo dimenticato ogni codice di espressione gestuale. Parenti e amici erano costantemente impegnati a studiare le strategie per entrare in comunicazione con me e in questa ricerca pazzesca non erano supportati da nessun esperto di afasia.Mi sottoponevano ad estenuanti interrogatori per arrivare a capire di che avessi bisogno. Carlo aveva elaborato una sua personale strategia consistente nel procedere per capitoli generali ,partendo dalle categorie fondamentali di domande: Hai fame? Hai sete? Hai dolore da qualche parte? Vuoi qualcuno? Vuoi qualcosa? A queste domande ero in grado di dare risposte affermative o negative solo movendo la testa. Da là iniziava il lungo viaggio articolato in sottocapitoli e paragrafi ,molto estenuante per tutti soprattutto in relazione alla domanda vuoi qualcosa? Il
risultato era la mia stanchezza enorme, la fatica nel seguire un
itinerario razionale, in me proprio quello fortemente compromesso, per
cui mi scoppiava il mal di testa, l’angoscia ed esplodevo in crisi di
rabbia e di pianto ogni volta che dovevo subire questo terzo grado. |
Gli
altri non erano pronti ed allenati alla relazione non verbale del mio
sguardo. Con quello indicavo la direzione, le persone, l’oggetto
astratto come quello pratico. Ricordo
le ore interminabili impiegate per riuscire a far capire a Carlo che
c’erano i panni lavati e pronti
da stendere nella lavatrice che avevo timore fossero ammuffiti per la
disattenzione per questo genere di cose … con gli occhi indicavo il
crocefisso, unico simbolo presente nella stanza perché arrivassero a
capire che dovevano chiedere alla suora , per giunta assente
nell’orario delle visite, istruzioni ricevute dallo specialista per
gli esercizi che i parenti dovevano praticare al mio braccio paretico,
rigido come morto….Non riuscii a farmi capire, credevano che avessi
bisogno di un sacerdote, che fossi diventata mistica, che volessi andare
in chiesa……se non era per l’intervento provvidenziale di una
paziente, presente al momento della conversazione tra il medico e la
suora, che spiegò ai miei parenti l’importanza della terapia e il
momento in cui potevano parlare con la suora, anche quel minimo di
riabilitazione improvvisata del mio braccio, a carico di familiari e di
amici disponibili, non ci sarebbe stata….. Quando
le mie condizioni migliorarono passai alla comunicazione scritta…usavo
le lettere dell’alfabeto magnetiche e con quelle componevo sulla
apposita lavagna messaggi sgrammaticati ma almeno comprensibili perché
leggibili. Cominciai anche a camminare per la stanza, poi per i
corridoi, quella era l’unica fisioterapia possibile e disponibile in
un reparto allo sbando. Ricordo
che incedevo traballando sul piede destro incerto, sostenendomi ogni
tanto al letto, al muro, alla parete….camminando sviluppai
l’attenzione al microcosmo dell’ospedale e anche nella mia
condizione di mutismo, nel silenzio osservavo, registravo e denunciavo
al mondo esterno, quello che veniva in visita, tutti gli inconvenienti
dell’assistenza , vigilavo sulla corretta applicazione delle terapie
importanti delle altre pazienti ed avevo una lista nera sul
comportamento eticamente scorretto di infermieri, caposala e medici nei
confronti delle malate. Scansai
per miracolo l’intervento di bypasse, fatto solo a scopo di accrescere
di un numero la statistica, grazie alla costante e la tenace pressione
esercitata da Carlo, (in futuro sarebbe diventato mio marito) sul
professore che praticava questo tipo di intervento . Sull’utilità del
bypass il mondo medico era diviso e questo influiva non poco sui miei
parenti disorientati sulle scelte da prendere sulla mia vita. Io non ero
minimamente presa in considerazione. Nessuno mi interpellava. Era la mia
vita in gioco e gli altri decidevano per me. Le pressioni esercitate dal
mondo universitario mobilitato per scongiurare l’intervento unitamente
alla tenacia di Carlo, convinsero il primario a ripetere l’angiografia, lo sblocco miracoloso dell’arteria che si
apprestavano a bypassare. Il
giorno prima dell’intervento poi saltato, il solito corteo di aiuto
primario, di assistenti vennero a vedere le mie condizioni e di fronte a
me, spiegavano agli studenti con dovizia di particolari il tipo di
intervento, i suoi rischi e le probabili conseguenze . La prospettiva di
finire muta e su una sedia
a rotelle i miei giorni era alta . Ma davvero osavano parlavano di me
,in mia presenza, in questo modo? pensai atterrita ,poi capii che questo
era il comportamento che spettava alla mia persona ,da essere umano che
soffre ridotta alla condizione di un vegetale. Quello fu l’ultimo
colpo diretto al cuore. Per tutta la notte non dormii, non feci che
piangere sulla foto di mio figlio Ivan. Mamma solo capì il mio dramma
interiore e predispose il suo piano d’azione: dopo 35 giorni di
degenza, qualche settimana prima di essere dimessa,era comparsa una
giovane logopedista che riuscì, nelle rare volte che la incontrai,a
farmi dire la parola che più mi stava a cuore: il nome di mio figlio
Ivan che non vedevo dal giorno del mio ictus. Riuscii, dopo molta fatica
e lunga preparazione a dire roboticamente Ifan. Prima dell’intervento,
pur di farmi vedere Ivan, inscenammo una finzione, mi fasciarono il
braccio destro , gli dissero che in seguito alla caduta nel bagno mi ero
procurata una lesione alla bocca ,avevo i punti e non potevo parlare
molto. Nonostante queste pietose bugie che non lo convinsero affatto e
ancora meno quella penosa recita, la gioia di rivederlo per la prima
volta dall’ictus, fu tale che non riuscii a pronunciare il suo nome
solo dopo che se fu andato. Stemmo abbracciati tutto il tempo. Non
c’era bisogno di parole: era amore puro. Una
volta dimessa, tornai a casa, in attesa di partire per Milano, per
essere sottoposta ai tests della comprensione, premessa indispensabile
per l’impostazione di un programma di rieducazione del linguaggio
proposto da quello che allora era il Centro Afasia più innovativo come
metodologia, venne a rieducarmi a casa di mia madre per circa un mese ,
Pina una giovane logopedista allieva della scuola di foniatria.
Nonostante la sua buona volontà e la sua tenacia, le leggevo negli
occhi tutta la paura nel dover affrontare una situazione al di sopra dei
suoi mezzi. Non aveva nessuna esperienza con pazienti afasici e si
rendeva conto, con me che capivo tutto, dell’inadeguatezza delle sue
conoscenze, avvertiva il suo limite e percepiva chiaramente tutto il mio
disagio , il mio disinteresse, l’inutile sforzo nel farmi ripetere la
parola pa-pe-ra. Intanto,
ero diventata velocissima nella comunicazione con la lavagna e le
lettere magnetiche e utilizzando
con lei quello strumento fui in grado di correggere gli errori di
ortografia e stabilire un minimo di contatto con la logopedista alla
quale raccontavo della mia mole di problemi, da quelli pratici a quelli
emotivi. L’instaurarsi della relazione umana non era però sufficiente
a farmi progredire tecnicamente. Pina
mi confortava però quando ero presa dalla disperazione, mi teneva la
mano e mi accarezzava quando piangevo e volevo arrendermi, e capì
quello che doveva fare solo osservando l’ambiente familiare in cui
vivevo e le sue perverse dinamiche. Ero sposata ma separata da pochi
mesi, con un bimbo piccolo di tre anni, ospiti entrambi della piccola
casa materna dove ero costretta a stare perché non parlavo affatto ed
ero totalmente inabile col braccio destro, mai trattato in ospedale. Il
mio lavoro universitario all’epoca, era molto precario e pochissimo
retribuito, per cui risultavo “clandestinamente assente dal lavoro”,
coperta dai colleghi , avevo fortissime spese per la fisioterapia e
logopedia a domicilio, la mia famiglia non era economicamente in grado
di reggere per molto tempo. Infine problemi enormi con il bambino
spaventato dalla situazione che voleva la sua casa, i suoi giochi e la
sua tranquillità e invece si beccava le sgridate e l’ansia dei suoi
nonni, affaticati dalla mole di un superlavoro a cui non erano
preparati. Pina capì che doveva assolutamente colmare le lacune della
sua preparazione, se voleva stabilire il contatto giusto con me; decise
con grande coraggio, di partire anche lei per Milano dove iniziò la sua
formazione, diventando pochi anni dopo il primo punto di riferimento
“qualificato” per il sud. Ironia della sorte: lei che aveva la
giusta preparazione, la motivazione, l’esperienza, la capacità di
entrare in contatto umano oltre che tecnico con la persona afasica, è
rimasta sempre fuori dai circuiti di assunzione ospedalieri e dei centri
di riabilitazione. Tuttora lavora privatamente e poco con gli afasici
adulti , molto con i bambini. Questo suo coraggio l’ha pagato in prima
persona, restando anche lei ai margini di quel mondo dell’afasia che
tanto l’affascinava, di quell’universo di afasici al quale sarebbe
stata molto utile. Il
primo approccio con la responsabile dottoressa Basso del Centro Afasia
di Milano fu traumatico. Appena mi vide comunicare col mondo a velocità
supersonica, digitando le lettere dell’alfabeto su un foglietto di
carta che tenevo sempre con me, pronto all’uso, decise che non avevo
più bisogno e me lo stracciò, dicendomi che ero là ,lontano da casa,
per imparare a parlare . Certamente era vero, ma in quel momento la
consapevolezza di avere uno strumento in meno, mi fece sentire persa e
scettica sulla decisione che dovevo prendere in pochi giorni se
ritornare a Milano e
restare per la rieducazione intensiva del linguaggio. Come
potevo sostenere verbalmente le conversazioni che mi interessavano, non
riuscendo neppure a dire una parola di senso compiuto,che fosse
comprensibile? Il pericolo sottostante all’uso dell’alfabeto muto
era il mio impigrimento e la demotivazione nella terapia. Ma
il bisogno di comunicare, almeno con la mia famiglia, dovendo quanto
prima tornare al mio lavoro universitario, era talmente importante da
farmi decidere il trasferimento a Milano,
dove restai per la mia
rieducazione circa 9 mesi, soffrendo nuovamente l’abbandono forzato
degli affetti più cari. Iniziò
un’ennesimo calvario consistente nel vivere costantemente in una gara
col tempo, nella ossessiva fretta imposta dai tempi veloci della
rieducazione intensiva oltre che dalle mie limitatissime risorse
economiche, dato che vivevo in pensione con mamma o con Susi, amica
preziosa,una mia ex-studentessa dell’Università, ricordo che
mangiavamo quando potevamo, e che ci sentivamo addosso sempre la
tensione della responsabilità reciproca, la mia di impegnarmi al
massimo, la loro nell’assistermi e sostenermi al massimo grado, questa
sensazione incombente di non
poter mollare mai, di dover fare tutto il massimo possibile nel minor
tempo possibile. E tutti i miei familiari si interrogano (e mi
criticano) ancora oggi sul perché della mia ansia, sul mio fare le cose
subito, sul mio andare in tilt quando sono costretta a ricorrere agli
accertamenti medici e mi vogliono curare l’esaurimento nervoso e
calmare a tutti i costi, spegnere in me per forza quella rabbia enorme
che provo, sempre di più, nei confronti di quella parte dell’universo
medico-sanitario negligente e non preparato umanamente, rabbia per lo
stato e per le sue istituzioni sempre latitanti e per le sue politiche
miopi , perpretate sempre a danno delle classi meno abbienti, degli
emarginati, degli extra-comunitari, dei malati , dei vecchi, dei bambini
innocenti che muoiono mentre stanno a scuola, per la speculazione
edilizia che ha sacrificato al facile guadagno la sicurezza e la
prevenzione…. tutti trattati da pezzenti. Nel
mare di rabbia e di sofferenza deglutita a fatica, a Milano incontrai
una persona meravigliosa che, non a caso, ha cambiato lavoro molti anni
dopo il nostro incontro. Si chiama Luisella, non ricordo più il
cognome, forse non l’ho mai saputo. Quando ,a distanza di 20 anni,
l’ho cercata ,non mi hanno saputo dire molto di lei. Scomparsa nel
nulla; perfino le sue colleghe logopediste ne hanno perso le tracce.
Luisella aveva una particolare predisposizione al contatto umano,
intuito e grande compassione; in pochi minuti stabiliva con i suoi
pazienti afasici un’empatia che aveva del magico. 2-
Il rapporto con la logopedista Luisella riguarda il tema della congruenza
dell’intervento rieducativo. L’ipertesto
solleva il problema del generale appiattimento della
riabilitazione tecnica, in senso stretto, che produce spesso nelle
persone affette da afasia una
forte compressione e repressione del livello umano ed emozionale nella
relazione con i riabilitatori con conseguente crollo di motivazione,
perdita d’interesse, scarsa collaborazione o rifiuto a proseguire nel
loro iter riabilitativo. La
mia esperienza, per quanto lontana nel tempo, non è molto diversa dal
vissuto riabilitativo degli afasici incontrati recentemente. Il tempo
passa, le metodologie cambiano, si adeguano e perfezionano, ma la
capacità di entrare in sintonia con una persona o la si possiede già
interiormente o non la si impara dai libri e dall’utilizzo delle
tecniche. Quando c’è quella dote, l’umanità, e la si coltiva nel
proprio lavoro, si è in possesso di tutte le chiavi di accesso che
fanno fruttare al massimo la preparazione e le tecniche funzionano,
perfino le metodologie superate, se vengono utilizzate nel modo giusto e
applicate ai diversi tipi di afasici. Luisella percepiva la mia rabbia dalla lettura del mio viso,
la mia sofferenza e la mia impotenza dal tono della voce che tradiva il
pianto che mi si strozzava in gola e induceva in me con poche parole o
semplici gesti di contatto umano il pianto liberatorio prima di
procedere con il suo lavoro. Capiva l’importanza per una persona
afasica di poter liberare almeno le sue emozioni, per lo più, fatte di
paure represse ed inespresse. Usava la mia rabbia per individuare le
parole chiave che le davano l’accesso ai temi importanti nella mia
vita per lavorare con me nelle sedute quotidiane: il figlio piccolo e
lontano, la nostalgia di casa, l’università, il lavoro di ricerca e
di insegnamento al quale non sapevo se sarei tornata , né quando,né
come e con quali difficoltà, la paura di perdere il lavoro, la
separazione legale, la famiglia spezzata, il concorso universitario per
entrare in ruolo, erano tutti temi oggetto delle nostre sedute di
lavoro. La mia rabbia si trasformava in grinta, in coraggio, in voglia
di farcela, nonostante l’ictus, la paralisi al braccio destro, gli
incespicamenti e gli errori di pronuncia che mi rendevano simile ad un
robot parlante col suo ritmo lento,monotono e scandito. Ma la vera
conquista per me era riuscire a parlare. Invece nei momenti in cui ero
assente, la mia mente vagava, la mia attenzione non c’era, ero chiusa
anche nella postura fisica e poco disponibile alla concentrazione
forzata, Luisella mi rispettava ed aveva sempre l’intuizione giusta,
mi mandava saggiamente a passeggiare all’aria aperta nei parchi o mi
consigliava, finanze permettendo, di andare a vedere un film divertente,
tanto sapevamo bene io e lei che in quelle condizioni la terapia sarebbe
stata per entrambe inutile perdita di tempo e mi avrebbe aggiunto solo
sensi di colpa e frustrazione. Il
giorno dopo ero di ottimo umore e recuperavo velocemente quel tempo
“perso” a riflettere, a passeggiare, o semplicemente utilizzato a
spezzare il circuito perverso di pensieri ossessivi-paura-ansia-chiusura
emotiva-altri pensieri negativi. Era
una relazione costruita sul rispetto del mio tempo interiore. Nel
fare leva sulle mie emozioni, sulle informazioni che aveva sul mio
vissuto soggettivo, mi faceva esprimere verbalmente, lavorando con me al
miglioramento del linguaggio e innescando velocemente il processo di
apprendimento e di avvio alla comunicazione basata sul reciproco scambio
umano. Luisella
non restava indifferente alla sofferenza dei suoi pazienti, gioiva e
piangeva con loro, partecipava alla loro vita come un familiare o un
amico figure centrali del suo lavoro, tutti
attori protagonisti del mondo dell’afasia, tanti essenziali ed
importanti anelli di congiunzione. Forse, per questo motivo, a lungo andare, Luisella che non
aveva coltivato il distacco emotivo con la sofferenza altrui, non resse più e cambiò lavoro. Per gli afasici è
stata una grave perdita. Anche
nel campo della fisioterapia ebbi ,sempre a Milano, la fortuna di
incontrare intanto una fisiatra , la Morosini fisicamente presente
quotidianamente in ospedale che impostava, rivedeva e controllava il
lavoro dei fisioterapisti con i degenti e con le persone ictate che
venivano trattate in day-hospital. Fui
affidata alle cure di una giovane allieva del Prof. Perfetti ,
che mi fece entrare in un altro mondo di relazione fondata sul
rilassamento e la respirazione durante il contatto corporeo. Ricevevo
attenzione e considerazione in quanto persona. Era perfettamente
naturale nel loro ambiente di lavoro, per me costituiva l’ingresso in
una dimensione bellissima e sconosciuta. Non
ero più un vegetale, una cavia da esperimenti, un numero di letto ma
una persona trattata con profondo rispetto verso la quale avere il
massimo di attenzione e di disponibilità. Poco
a poco entrai in quel mondo di sottile empatia e rilassandomi, scoprii
di avere maggiore concentrazione , di riuscire a muovere molto meglio la
mano destra, soprattutto nella precisione dei movimenti fini, (in questo
consisteva il metodo Perfetti) come prendere la penna per scrivere o gli
aghi e reimparare a fare i primi movimenti per cucire. Ero sempre più
affascinata da questo mondo e dalla mia faciltà accresciuta dalla
respirazione e dal rilassamento nel parlare, di entrare in relazione
verbale con la fisioterapista e descrivere le sensazioni corporee,
muscolari e nervose durante i trattamenti. Imparai a chiudere gli occhi
e a usare anche la mente per sentire e riprodurre il movimento giusto. La
fisioterapista di cui non ricordo più il nome, mi spronava con sapiente
gradualità e mi ripeteva continuamente che dovevo sviluppare il massimo
grado di attenzione, di concentrazione e di consapevolezza nel movimento
che doveva essere il più perfetto possibile o il più possibile vicino
alla perfezione, in modo da poter trasferire alle cellule vicarie del
mio cervello perché imparassero gli stessi impulsi, gli stessi
automatismi che erano precedentemente in possesso delle cellule morte.
Quando si ricevono spiegazioni sull’importanza delle cose e se ne
conoscono le ragioni del perché è tanto importante, si
determina nel paziente un coinvolgimento totale , una consapevolezza che
lo porta a sviluppare motivazione ed impegno nel corso della
riabilitazione. Mi
sentivo felice ,ero gratificata nel poter fare ,anche se con estrema
lentezza, le piccole cose del quotidiano. Usavo il tempo libero del
pomeriggio e tutto quello del fine settimana, ad esercitarmi. Questo
tipo di relazione non l’ho più trovato se non dieci anni dopo nel
mondo olistico. La
tragedia per me fu il ritorno a Napoli dove era molto importante per
recuperare la funzionalità della mano, che mantenessi i livelli quasi
ottimali del lavoro fatto. Dovevo continuare nell’allenamento aiutata
dal fisioterapista e controllata dal fisiatra. Quanto alla logopedia il
cui trattamento intensivo era finito, avendo recuperato il massimo , era
sufficiente l’esercizio continuo individuale nel parlare, che avrebbe
migliorato nel tempo automaticamente la velocità, la precisione e la
ricchezza del mio linguaggio. Iniziai
per due anni, la mia peregrinazione in tutti gli ospedali e in tutti i
centri privati di riabilitazione, passando vari mesi in ognuno ,nel
tentativo disperato che qualcuno fosse a conoscenza di quel metodo,
inutile dire dal sud ignorato totalmente. La
fatica era enorme aggiunta allo stress derivante dal dover raggiungere
luoghi molto lontani da casa, una incredibile quantità di tempo
utilizzata per gli spostamenti con i mezzi pubblici, tempi lunghi di
attesa del mio turno, la depressione derivante dal ritornare ad essere
nuovamente solo “un
numero”, la superficialità degli operatori stanchi e demotivati che
trattavano la mia mano o il mio braccio come se fosse trattato di un
oggetto non appartenente a una persona, parlando tra di loro delle loro
problematiche di lavoro o familiari,senza
guardarmi, senza dirmi neppure buongiorno, come va?,come se io
non fossi là ,o non fossi più capace di intendere, di comprendere, di
rispondere….ero ritornata nuovamente allo stato del vegetale che non
merita né considerazione, né rispetto. In più dovevo allenarmi da
sola a casa, cosa oltremodo impossibile tra i tempi assurdi sprecati
negli spostamenti, la fatica enorme di gestire una casa, un figlio in
età scolare, il tempo da dedicare al mio lavoro universitario, cento
volte più difficile di prima, con scarsi aiuti in casa e
sull’ambiente di lavoro, mi fecero quasi impazzire. Mi accorgevo che
sempre più velocemente ed inesorabilmente stavo ricadendo nella stessa
spirale infernale del dovere, del superlavoro, dell’ansia per dover
gestire molteplici situazioni contemporaneamente, fattori predisponesti
l’ictus, con la consapevolezza che non ero più come prima
dell’ictus e che nessun’altro avrebbe potuto aiutarmi ad uscirne
fuori. Tentai ancora un po’ di mesi di rieducare la mano destra ma mi beccai un forte esaurimento nervoso. La svolta venne da un colloquio con il fisiatra del Centro Traumatologico Ortopedico, dove tre volte a settimana regolarmente andavo, sprecando due ore e mezzo per gli spostamenti, essendo precisamente situato dalla parte opposta a casa mia, quando mi disse che non c’era bisogno di applicare nessun metodo particolare per muovere la mano. Timidamente risposi :” ma mi accorgo di regredire ogni giorno di più… ho completamente perso l’opposizione delle dita della mano destra che sta ritornando come dopo l’ictus, sempre più in contrazione e con una forte spasticità dovuta al tipo di esercizio che sono costretta a fare”. Subito mi stoppò bruscamente e mi disse:”Muova la mano come può, anche storta, come va va, l’importante è che la muova ,che la usi”. Lo guardai allibita….le mie illusioni erano crollate…era una lotta persa in partenza sensibilizzare, aprire la mente, dare informazioni, aggiornare su nuove metodologie….il metodo Perfetti forse sarebbe arrivato al sud tra altri vent’anni…e intanto nell’attesa che cosa avrei fatto? Ho
realizzato che mi dovevo arrendere e ritornare alla vita, comunque
fosse, con tutte le mie limitazioni e mutilazioni interiori. Ho scelto
la vita….e da quel momento ho ascoltato il consiglio del fisiatra
napoletano e ho deciso di non mettere mai più piede in nessuna
struttura riabilitativa. Se dovevo muovermi,
l’avrei fatto da sola. Mi sarei impegnata ad usare la mano
sinistra per sopperire alla mancanza di aiuto e per compensare le
deficienze della destra che non ho mai messo da parte, pur avendo forti
problemi di accettazione per la sua ridottissima efficienza, ho imparato
col tempo ad accettarla, ad amarla moltissimo soprattutto quando ho
scoperto che è particolarmente dotata di intuizione e opera alla grande
nei massaggi terapeutici, nello shiatsu, nel reiki . E’ una mano che
sa trasmettere calore, amore, pressione, entrare profondamente, sedare,
stimolare punti anche piccoli del corpo con una precisione che sembra
dotata di un radar, una mano che ha doti particolari. Sono diventata in
breve tempo abilissima con la mano sinistra in tutto ,dai lavori
domestici a quelli del giardinaggio, tutti i lavori pesanti che
farebbero entrare subito in spasticità la destra . Con lei faccio cose
più gentili e delicate come le terapie. E dire che prima dell’ictus
ero destrimane in tutto. In
24 anni , ho imparato ed inventato molteplici strategie per evitare di
farmi male , per guadagnare tempo,
per superare il problema del taglio tuttora impeditivi per me. Le
mie strategie di compensazione o di sopravvivenza funzionano così bene,
soprattutto in cucina dove sono molto creativa, che le hanno fatte
proprie anche i miei familiari e le persone che hanno rapporti frequenti
con me. Il
mio ritorno alla vita nella sua pienezza, nonostante l'ictus che mi ha
resa afasica,è dovuto unicamente alla qualità delle relazioni umane
che mi hanno stimolata, sostenuta
e fatto leva su quella "forza interiore" di ritorno alla vita
che annegava in un oceano di paure. Dall'afasia si può guarire se non
si è lasciati soli..... |