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LA STORIA DI CRESCENZO di
Olimpia Casarino aitacampania@libero.it
Nel
processo complesso della riabilitazione, in particolar modo
dell’afasia, posso affermare con certezza, nella mia esperienza di
afasica prima e poi di terapista della medicina naturale, che ogni
luogo, anche il più squallido, può essere un luogo di ascolto di sé e
dell’altro. Non occorre che abbia dei requisiti straordinari o
perfetti perché sia coltivata una relazione non verbale fondata
sull’apertura mentale e di cuore, sulla pazienza e sull’attitudine
all’ascolto dell’altro che ,anche se non parla, esprime ugualmente sé
stesso con la sua postura, con i suoi movimenti, con le mutevoli
espressioni del suo viso, con i suoi gesti, con i suoi sguardi….il
segreto sta nell’essere pronti a recepire, con attenta osservazione,
l’importanza dei messaggi
comunicati, anche e
soprattutto con i “ mezzi alternativi”cui ricorrono spesso
gli afasici, a partire dai quali costruire insieme e non
separatamente una relazione profonda che segni
l’avvio della terapia realmente motivata fondata sugli interessi delle
persone, che le veda coinvolte e partecipi al processo di
riabilitazione. Iolanda un vulcano di creatività, una logopedista che lavora
in un centro di riabilitazione di Benevento, mi raccontava,pochi mesi
fa, delle sue enormi difficoltà nella rieducazione del linguaggio un
paziente che le era stato assegnato. Era in crisi perché non riusciva a
trovare la strada per riabilitare nel linguaggio un contadino afasico ed
analfabeta. In questo caso ,le tecniche, le metodologie basate sulla
scrittura e la lettura non le erano di aiuto e si disperava per non
riuscire ad aiutare quest’uomo che con molta diligenza andava
quotidianamente da lei in attesa che si compisse il miracolo. Iolanda
,sensibile e tenace, studiava il mezzo alternativo per instaurare il
giusto rapporto con il suo paziente con il quale aveva dei lunghi e
silenziosi scambi di comunicazione gestuale. Scoprì,per caso, la chiave
della possibile rieducazione. Un giorno sorprese il suo paziente a
cantare, e quando cantano gli afasici non hanno quasi nessuna difficoltà
nel linguaggio. Da allora ha scatenato la sua creatività, impostando
l’intero lavoro sull’apprendimento o il riappropriamento delle
parole delle canzoni, sfruttando la buona memoria del contadino che si
diverte moltissimo. L'esperienza
del gruppi di laboratorio teatrale dell'ALIAS con persone afasiche come
ATTORI va in questa direzione:nell’invenzione di strategie che
favoriscano l’instaurarsi di una relazione umana rientra anche la
proposta del laboratorio
teatrale, articolato in gruppi di lavoro composti da afasici, familiari,
amici e attori professionisti, sensibili alle problematiche
dell’afasia. E'
importante sottolineare che nel vivere l’esperienza ,debba sia
garantito il passaggio fluido tra i vari ruoli per superare la
limitazione implicita nel concetto stesso del ruolo ed evitare il
pericolo della sua fissità,consistente nello sposare un solo ruolo, un
determinato personaggio,il che significherebbe vivere solo in parte e
solo una parte del gioco complesso delle relazioni. Cambiare spesso
panni e cambiare pelle, identificarsi ora in un ruolo ora in un altro,
sotto forma di gioco, facilita il
processo di comprensione delle persone e avvia a un diverso tipo di
relazione, più consapevole e meno soggetta al giudizio. Concedere
a tutti i protagonisti del gruppo, tutti attori veri ed interpreti di sé
stessi, di poter essere o diventare o rappresentare diversi ruoli, di
liberare tutta la gamma di emozioni represse ed inespresse, passando
dall’uno all’altro in forma di scambio giocoso, facilita la
relazione umana, perché in ogni tipo di relazione fondata
sull’eguaglianza e sul rispetto, avviene uno scambio naturale, c’è
un dare e un prendere reciproco, un comunicare scambievole…. E’
nel modo di porsi in relazione, nell’azione di stimolo continuo e
reciproco volto alla liberazione delle energie inespresse, del
potenziale creativo che giace in ogni persona, nell’incoraggiarsi e
sostenersi a vicenda, avviene il processo di guarigione …. La
storia del rapporto con Crescenzo (che
d’ora in poi chiamerò C.) testimonia questo percorso. C.
è un settantenne e arzillo contadino avellinese dal viso rotondo,
fronte alta e mascella forte, le sue labbra sono sottili e strette, ha
uno sguardo vivo, socievole , acuto e penetrante dietro i suoi occhiali
da presbite, quando sorride gli si illumina il viso, anche se sorride
spesso a labbra strette perché gli mancano molti denti, il suo colorito
tende sempre al rosso, è di statura media, corporatura robusta, la sua
voce è urlata. Taciturno e riservato,si scatena quando gli si dà a
parlare. Patriarca della
famiglia allargata che lo adora e lo rispetta per la saggezza e per la
sua generosità. Non ama stare fermo, se non ha qualcosa da fare, se la
inventa. E’ un artista dalla fervida creatività, canta e suona
l’organetto, lavora il ferro e fa delle sculture. Amante dei viaggi in
tutti i luoghi di importanza storica o religiosa. Curioso delle altre
culture,in ogni viaggio che fa colleziona videocassette di cui è
gelosissimo . Innamorato profondamente della campagna, degli animali e
dei fiori. Esperto conoscitore di erbe medicinali con le quali si
diletta a preparare decotti ed infusi. Lavoratore instancabile anche di
notte, nella stagione del raccolto del fieno, ha un carattere serio e
responsabile, non sopporta la falsità e detesta le bugie. C.
si esprime in massime, cariche di saggezza: dice spesso che: “la
qualità delle persone si riconosce dalla presenza dei fiori e di un
animale in casa e afferma che bisogna diffidare di quanti non amano gli
animali e non hanno sul balcone, sulla finestra o in casa neppure
una pianta o un fiore”. Non mangia la carne dei polli e dei
conigli che pure sono allevati dalla sua famiglia, perché con loro
parla. Ama tutti i colori . Ha molta faciltà nel vivere ed esprimere
tutte le sue emozioni: si commuove spesso e piange; urla quando si
arrabbia, molto spesso con la moglie con cui ha un rapporto conflittuale
di amore-odio ma dalla quale dipende in molte cose; generalmente canta e
sorride, gli piace stare in compagnia. Adora le sue tre nipotine che
abitano con lui, ma confessa di avere una
ha preferenza per la seconda con la quale ha un’intesa
particolare. C.
conosciuto nei due anni vissuti in campagna, è stato il mio vicino di
casa. In comune avevamo uno spazio molto grande, l’aia,
adibita a parcheggio di auto e di trattori, ma che
all’occorrenza si trasformava in un luogo semplice dove fare feste
danzanti e cantanti. Una
persona così vitale è diventata, all’improvviso, vittima della
malasanità . Portato all’ospedale di Benevento il 25 marzo del 2000
in seguito a un malore improvviso e a una caduta a terra dovuta a per
perdita di forze e giramenti di testa provocati dall’ipertensione di
cui soffriva spesso, durante il lavoro duro in campagna, venne
ricoverato e tenuto sotto osservazione. C. entrò in ospedale camminando
da solo e parlando ancora bene. Dopo qualche ora dal suo ricovero, in
assenza di terapia, C. peggiorò sempre più, la moglie che gli è stata
sempre vicina si accorse che qualcosa non andava e chiese aiuto. C. entrò
in coma e divenne afasico. Gli venne solo allora praticata una massiccia
terapia con le flebo, in seguito alle quali riprese a muovere malissimo
la gamba destra. Dopo due giorni uscì dal coma, ricominciò a parlare
,ma farfugliando e, con valori altissimi di diabete, di cui non sapeva
di soffrire in precedenza, con il braccio destro paretico, dicendo
parole incomprensibili, in preda ancora ad un marcato stato
confusionale, venne dimesso dopo un ricovero di appena 5 giorni con la
seguente generica diagnosi : Vasculopatia cerebrale a focolai multipli
in paziente diabetico. Il paziente è Migliorato. Del
coma, dell’ictus, dell’afasia non si parlava affatto. Gli
venne prescritta una terapia farmacologia soltanto per il diabete e la
pressione e consigliato di ritornare all’ospedale per un controllo tra
un mese e mezzo. Rimandato
a casa,come sempre accade con le persone “anziane”, venne
abbandonato al suo destino. D’accordo con il medico di famiglia che lo
seguiva, in attesa della T.A.C. di controllo tra un mese, mi offrii come
volontaria nella riabilitazione fisica per aiutare e sostenere C. nella
fase più complicata della sua degenza in casa, aggravata dalla
lontananza dai centri di riabilitazione, dall’impossibilità di essere
accompagnato dal figlio che non poteva guidare per attacco acuto di
ernia del disco e ,per giunta, doveva sostituire il padre nella gestione
della campagna, degli animali e provvedere in proprio alla mancata
assistenza ospedaliera. In
poche ore la stanza da letto di C. si era trasformata in un laboratorio
di analisi con apparecchi elettronici portatili di misurazione dei
valori del diabete. La catena di solidarietà umana era scattata con la
puntuale efficienza richiesta dal caso. Tutti i parenti, nipoti
comprese, hanno fatto corsi accelerati di infermiere per assisterlo,
c’era un continuo andirivieni di persone volontarie, me compresa, dal
medico che passava appena poteva, all’infermiera professionale per le
due iniezioni giornaliere, al falegname per attrezzargli il letto al
meglio possibile, all’amico di famiglia tuttofare che si prestava per
le commissioni esterne, improvvisandosi barbiere all’occorrenza per
radergli la barba, al barbiere professionale per il taglio dei capelli,
alle mille persone amiche di C. che venivano a salutarlo ogni giorno e a
tenergli compagnia all’improvviso. Nel
caos frenetico della terapia allopatica e farmacologia e circondata da
un clima di ansia e di paura per la salute precaria di C. , che mostrava
chiari segni di confusione
mentale dopo l’ictus, iniziai a praticargli due volte al giorno una
terapia shiatsu, la mattina presto prima dell’accanimento terapeutico
e la sera prima che si addormentasse. C. si rilassava molto e
viveva la sua giornata con minore tensione e la sera scivolava nel sonno
. Crescenzo
era terrorizzato dalla paura della morte ed era infastidito
dall’ambiente familiare ansioso e preoccupato che gli stava intorno.
Era indispettito e poco propenso alla collaborazione alle cure mediche. Ebbi
l’idea di insegnare alla nipote undicenne che assisteva in silenzio
alle terapie, vogliosa di imparare, il massaggio circolatorio e il
trattamento alle mani e ai piedi, in modo che C. non restasse senza
terapia quando dovevo allontanarmi per qualche giorno. Dopo
averlo ricevuto su di me ed aver sperimentato la bravura di Maria Neve,
iniziammo a farglielo insieme e C. avvertiva le stesse sensazioni di
formicolio e di passaggio circolatorio dal lato sinistro a quello
destro. Le
condizioni in cui avveniva la terapia erano pessime in quanto a
silenzio, concentrazione e comodità: fatte quasi sempre dal lato
sbagliato e ,quasi sempre, con spettatori o frequenti interruzioni
dovute al passaggio dell’infermiera che doveva rispettare l’orario
sul lavoro e del medico che aveva assoluta precedenza e, anche variando
l’orario della terapia, sembravano coincidere apposta con me. Ottenni
almeno che si riducesse la presenza delle persone che facevano da
spettatori e che restasse una
sola persona vogliosa di imparare, riuscendo così ad avere una maggiore
concentrazione da parte di C. e maggiore rispetto per la sua condizione
emotiva. Ma era una lotta continua e persa in partenza: solo di quando
in quando funzionava. Troppe persone venivano a fargli visita con
effetti negativi su C. che si stancava fisicamente ed era provato
emotivamente. La
famiglia di C. era iperprotettiva, lo assillava con le sue premure e gli
diceva continuamente che ora certo non avrebbe più potuto fare la vita
di prima, che doveva accettare l’idea di essere malato e di
rassegnarsi a fare il pensionato, cioè a non fare nulla. Gli effetti
psicologici su di lui erano devastanti. I familiari temevano la sua
morte e, inconsciamente, gli passavano questa paura che C. avvertiva e
aggiungeva alle sue che già erano tante. Non era sostenuto
psicologicamente da nessun’altro, eccetto me. Né i suoi familiari si
attivavano più di tanto per garantirgli all’assistenza alla quale
aveva diritto. Paura, ignoranza, mancanza di coraggio li facevano tacere
e subire sempre. Anche se protestavano, lo facevano timidamente,
rassegnandosi a perdere già in partenza, non andavano mai oltre un
certo limite, anche quando avevano il modo e la testimonianza idonea e
la garanzia di un esito positivo per procedere all’azione legale
contro l’ospedale che l’aveva dimesso in una condizione a rischio.
Avevano paura e preferivano restare in uno stato di passiva
rassegnazione. Nonostante
tutte queste condizioni sfavorevoli, nonostante le mia ripetute brevi
assenze durante le quali fui sostituita egregiamente da Maria Neve, C.
era migliorato. Poi
arrivò alla nona terapia della mattina la grande svolta interiore.
Dalla depressione cosmica, che lo rendeva facile preda dell’angoscia e
dei pensieri non positivi, con effetti immediati di irrigidimento degli
arti, dolore e ristagni nella circolazione energetica, C. si mostrò
molto interessato e iniziò a farmi domande sul perché sentiva dolore
quando gli trattavo certi punti del corpo.Al trattamento della sera le
sue condizioni erano nettamente migliorate. C. appariva di ottimo
umore, rideva e cantava durante il trattamento, con immediata
regolarizzazione dei valori pressori e del diabete, anche per effetto
della dieta alimentare. All’undicesimo
giorno arrivò la sedia a rotelle, ottenuta per gentile concessione di
persone alle quali non serviva più, e non per effetto della regolare
richiesta fatta alla ASL locale. C. era di ottimo umore, alzava il
braccio destro per salutarmi, apriva la mano destra, dicendo di sentirsi
meglio. Si alzò perfino in piedi. Se ne stava seduto sulla sedia per
tutta la durata della terapia, di shiatsu acrobatico, tutto contento di
presentare al mondo quella mano che prima nascondeva , la tenne a lungo
appoggiata al plesso solare, trattenuta al caldo da un cardigan di lana
che ne impediva lo scivolamento. Parlammo tutto il tempo degli articoli
della rivista” Salute Naturale” che gli avevo regalato perché
c’erano tutti gli infusi primaverili con effetti benefici
sull’attività del cervello. Per
tutto il giorno non volle andare a riposare, aspettava l’orario della
sua trasmissione preferita Sereno Variabile, che guardava rapito,
seguendo il viaggio in Thailandia con molta attenzione. Lo seguimmo
insieme, mentre gli facevo il trattamento serale e osservavo il suo
comportamento. Lo sorpresi ad osservare con particolare attenzione gli
strumenti musicali tailandesi in ferro battuto, dal suono simile a
quello prodotto dalla campane eoliche e si ricordò delle mie appese un
po’ dappertutto nel giardino, nell’orto, sul terrazzino. Alla mia
richiesta di fabbricarmene una tailandese, rise divertito. Dopo il
documentario, C. era diverso. Era come appagato, come se ,se ne fosse
andato in giro sulla sedia a rotelle in quel posto lontano e cominciò a
raccontarmi dei suoi viaggi, anche se con un pizzico di nostalgia.
Quando C. aveva l’opportunità di condividere le sue esperienze,
diventava un’altra persona, più serena, scherzosa, spiritosa. Ma
nella sua famiglia, non c’èra mai tempo di ascoltarlo. Solo Enza, la
sua preferita, curiosa come il nonno, pendeva dalle sue labbra, come
incantata dalla saggezza. Nei
giorni successivi , la famiglia di C. era come impazzita dall’ansia
per un nuovo rialzo pressorio verificatosi di notte e una sensazione di
leggera paresi facciale. Il medico si mostrò molto preoccupato
di un secondo piccolo attacco cerebrale e chiamò in disparte i
familiari per il consulto con il neurologo, dopo aver abbondantemente
preoccupato il suo paziente che fu colto subito da un attacco di ansia e
di panico. C. sul quale si riservava tutta l’agitazione della
famiglia, veniva bersagliato da ultimatum di improvvisa urgenza dei
controlli finora mai fatti, si agitava e lamentando grande confusione
alla testa , riuscì a zittire i suoi familiari pretendendo da loro il
silenzio. Sedata l’agitazione della famiglia, mi raccontò di
un sogno fatto quella notte . Per tirargli su il morale, gli ho
portato il primo tulipano di un bel colore rosso, sbocciato
nell’aiuola del mio giardino. C.
nei giorni successivi ,nonostante i suoi miglioramenti negli arti che
muove molto meglio, sembrava rimuginare sui controlli che lo
aspettavano. Mi confessò di avere molta paura di ritornare all’ospedale e di temere la T.A.C.
Lo tranquillizzai spiegandogli che in che cosa consisteva l’esame, a
che cosa serviva, come era fatto l’apparecchio. I
familiari mi chiesero di continuare la terapia ogni volta che potevo, in
attesa dei tempi lunghi per la T.A.C. all’ospedale, dicendomi che era
d’accordo anche il medico di famiglia che non riusciva a spiegarsi la
ripresa eccezionale di C.,dato che i valori della pressione e del
diabete erano ancora molto ballerini, nonostante la dieta alimentare e
le cure farmacologiche. Alla
ripresa del terzo ciclo ,coinciso con la Domenica delle Palme, nel
portargli la palma, trovai C. più sereno anche perché la mattina aveva
visto la sua adorata campagna dal balcone della
stanza da letto e ,stando seduto sulla sedia a rotelle,dal
balcone impartiva ordini al figlio, guidandolo nel lavoro dei campi. Lavorai
,ancora una volta, in posizione acrobatica con lui steso sul divano
nuovo a tre posti, regalatogli dal figlio . C.dopo aver sollevato il
braccio destro con orgoglio fino a toccarsi il naso, che insegnai a
grattarsi da solo, stimolando dei punti importanti ,spiegandogli perché
doveva farlo, cominciò a preoccuparsi delle sue vacche che si
lamentavano ,dicendomi a bassa voce: “se c’ero io, non
piangevano”. Abbiamo fatto un lungo discorso sulla sensibilità
degli animali e gli ho proposto, appena fosse stato meglio, di
avvicinarlo con la sedia alla stalla in modo che potesse essere visto
dagli animali e parlare alle sue vacche, alle quali certamente C.
mancava. La
terapia all’aperto funzionò talmente bene che C. ogni mattina, nelle
giornate di bel tempo, era portato dalle tre nipotine in visita a tutti
gli animali dalle mucche e vitelli fino al porcile, lontano dalla casa
per parlare ai suoi animali. Era così contento da lasciare spesso la
sedia a rotelle, alzarsi e camminare. Il passo successivo è stato la
terapia nell’uliveto in aperta campagna, appena si era stabilizzato
nel camminare. L’esperienza
lo fece come rinascere e per fargli acquistare sicurezza gli diedi un
assegno di esercizi da fare da solo all’aria aperta. Dandogli
l’assegno ,ero sicura che lo avrebbe eseguito più volte al giorno,
impegnandosi a superare creativamente le sue difficoltà e non avrebbe
pensato sempre alle sue paure. I
risultati furono immediati. C. ,oltre a divertirsi, mi comunicava che si
sentiva più rilassato e sciolto, con sensazioni di calore diffuso in
tutto il corpo. C. ormai faceva a meno anche della sedia a rotelle. Il
giorno di Pasqua, passando a dare gli auguri a C. e alla sua famiglia,
lo trovai rannicchiato come postura fisica e chiuso in se stesso. Era
disperato perché avrebbe voluto già essere guarito. Mi disse che non
ne poteva più di stare in casa, oppresso dal chiasso,
dall’andirivieni dei suoi familiari, dalle cure farmacologiche e dal
clima iperprotettivo. Era combattuto tra il forte desiderio di andare a
Messa in chiesa e il fastidio che sicuramente avrebbe provato
dall’indagare della gente sulla sua salute. Non accettava l’idea di
farsi vedere così. Nei
giorni successivi, i familiari di C. mi dissero che piangeva spesso e a
lungo e che aveva avuto fastidio alla nuca e alla fronte.Il trattamento
confermò che C. era piombato nuovamente nella spirale della rabbia non
esplosa ed era in preda a pensieri negativi. Nel parlare con lui, mi
disse che non accettava quello che gli era successo. Si diceva
ossessionato dalla fretta di guarire e si disperava di non poter uscire,
come prima, sul trattore. C’era nel profondo anche uno scontro
caratteriale con il figlio di natura più indolente, lento e pigro al
quale le cose andavano dette e ripetute cento volte prima che si
decidesse a farle. C. era l’opposto e con gli occhi se avesse potuto,
le avrebbe già fatte. Non accettava di dover dipendere dal figlio, si
stancava di dover chiedere sempre e di dover insistere per i lavori che
in campagna sono urgenti e non rinviabili. La rabbia per la sua
condizione gli saliva e lo faceva disperare. Gli mancavano tantissimo la
campagna, gli animali, le sue uscite sul trattore per lavoro. Lo
portavano fuori sulla sedia a rotelle , ma per lui non era la stessa
cosa. Per la sua precisione maniacale, (e nessuno meglio di me lo poteva
comprendere) niente era fatto bene e per la sua passione nel fare certi
lavori, era insostituibile. Camminare
da solo,andare in bagno , mangiare,
lavarsi e vestirsi da solo, non gli bastavano. Si arrabbiava con
sé stesso perché camminava male e
troppo lentamente. Era preoccupato del fastidio alla fronte e
alla nuca ed aveva paura di stare male nuovamente. Dal
balconcino che affacciava di fronte alla casa di C.,
subito dopo la terapia l’ho visto uscire e salire nell’auto
insieme al figlio per andare all’ufficio postale a riscuotere la
pensione. C. era troppo voglioso di fare, ma era ancora troppo presto,
era ancora troppo instabile nel camminare e le gambe gli cedevano
all’improvviso. Infatti, quando è ritornato a casa, si era stancato
moltissimo e si era sentito male nell’ufficio postale. Ormai la terapia a C. era diventata più un sostegno psicologico, molto utile in questa fase di attesa del primo controllo neurologico all’ospedale. Il diabete era nei valori normali e le sue abitudini alimentari e di vita sono certamente più sane rispetto a prima dell’ictus. Come autonomia, C. era consapevole quanto me, del suo miglioramento in meno di un mese, grazie anche al suo impegno e alla voglia di guarire, faceva sempre più cose da solo. Era la rabbia il vero problema. Quella rabbia che nasce dall’impotenza di cambiare un contesto che non ci piace, nel quale viviamo male, quella rabbia che tutti gli afasici ben conoscono e parlammo a lungo della nostra rabbia ricordandogli che prima o poi, se non era espressa, se non usciva fuori , se non si fosse trasformata in grinta, in forza di volontà per superare le difficoltà del contesto e no fosse diventata coraggio di affermare le proprie scelte, quella stessa rabbia si sarebbe diretta contro di lui, facendolo stare solo male, procurandogli perfino la morte che tanto C. temeva. Lo invitai a non disperare, che dopo l’accertamento neurologico, e dopo la TAC, poteva essere seguito nella sua rieducazione da un ottimo centro convenzionato di Mirabella Eclano, dotato anche del pulmino per il prelevio a domicilio dei pazienti, oltre a continuare anche con me. C.
mi guardò incredulo, mi disse che aveva capito e si dimostrò disposto
ad accettare la prospettiva degli accertamenti dei quali aveva terrore. Il contesto in cui lui era costretto a vivere gli era sempre più insopportabile, dalle interferenze di visite improvvise, allo stato di esagitazione dei suoi familiari ,occupati nei preparativi della prima comunione della nipote preferita, dall’ orario molto variabile dei suoi pasti e della terapia farmacologia, alla mancanza di pace e di rispetto per la sua condizione di convalescente , bisognoso di tranquillità, che la famiglia esibiva puntualmente, anche se con buone intenzioni, all’esterno come fenomeno da baraccone, in ossequio all’osservanza della formalità o della logica dell’apparire, detestata da C. che rispettava molto invece l’essere delle persone. Anche per questo motivo, C. smaniava per uscire da casa e tornare alle sue occupazioni. La prospettiva ripetutagli dal figlio con toni perentori, di fare il malato a vita o il pensionato nullafacente lo faceva impazzire di rabbia. |
In questo senso non era compreso dai suoi familiari, che lo volevano più
tranquillo ma infelice. La vita di C. era il contatto con la natura e
diceva sempre :”Toglietemi la campagna e mi ammazzate” . Nella
terapia, mi sentivo destinata ad assumere il ruolo di mediatore tra il
benessere di C. e i bisogni della sua famiglia con la quale C. viveva e
dalla quale dipendeva, in questa fase della sua vita, e che appare come
la tipica esponente del mondo contadino , in cui davvero sono
insuperabili certe barriere mentali. Anche
per questo era necessario ,per la completa guarigione di C. che fosse
spezzata questa catena e che uscisse da casa il più spesso possibile
per la fisioterapia nel centro di riabilitazione, dove almeno avrebbe
avuto maggiori occasioni di vita sociale che non a casa. La
svolta interiore ,la spinta al cambiamento in C. avvennero il 10 maggio
, giorno del fatidico controllo all’ospedale. Crescenzo
tornò prestissimo dall’ospedale di Benevento dove era stato
accompagnato dal figlio, al quale il medico di famiglia, aveva
raccomandato di farsi dare la cartella clinica, richiesta un mese prima,
nonchè di insistere perchè al padre facessero una TAC di
controllo. Fu
detto loro da tutti i medici, compreso il sedicente facente funzioni di
primario (responsabile in prima persona della precedente dimissione a
rischio ), che il paziente stava molto bene e che poteva anche ritornare
a casa, che avrebbe potuto mantenere il miglioramento della mano,
esercitandosi a suonare
l’organetto. Tornarono a casa, ovviamente senza cartella clinica,
nonostante la avanzata computerizzazione
dell’amministrazione dell’ospedale, perché era ancora in reparto
.Il medico curante non
sapeva se e quali esami fossero stati fatti per evitare a C. di ripetere
quelli di cui aveva più paura e che erano comunque necessari sia per
l’angiografia sia per la TAC. La dottoressa che salvò C.
dalla morte, facendogli superare il coma, che era fermamente
contraria alla messa in uscita del paziente appena 5 giorni dopo, senza
ulteriori esami sulla natura del coma insorto con l’ictus, ha
consigliato di far eseguire con urgenza la scintigrafia tiroidea,
altrove, oltre ad altri esami perché era convinta che il problema di C.
partisse dalla tiroide. Per
quanto riguardava le sue condizioni generali, era evidente a tutti il
suo forte miglioramento. Il
figlio descrisse ai medici la terapia fatta con me, in attesa di sapere
con quale problema avessero a che fare e di ricevere indicazioni dal
fisiatra e dal neurologo. La dottoressa approvò la terapia e
soprattutto il modo in cui era stata fatta. C.
mi raccontò la dimostrazione fatta alla dottoressa e che la fece ridere
moltissimo quando le mostrava, mimandoli, gli esercizi di stiramento
delle braccia e delle gambe, spiegandole anche la respirazione che aveva
imparato, non ancora bene, per la verità, a praticare. Il
figlio mi raccontava in dettaglio, gli effetti della loro andata
all’ospedale, compreso il rimarcare in tono sarcastico del facente
funzione di primario, che C. e famiglia erano assistiti da ottimi medici
anche fuori dell’ospedale. C.
intanto era uscito all’aperto e mi chiamava per farmi vedere come
aveva fatto gli esercizi di stiramento da me assegnatigli…..restai a
bocca aperta per la sua incredibile inventiva…..aveva costruito la sua
palestra all’aperto e capii che era entrato nel percorso della
guarigione. La
scena era più o meno questa: C. era nell’aia antistante la sua casa,
sulla soglia di una costruzione adibita a deposito di materiali. Stava
seduto su un tronco di legno che fungeva da sedia che aveva sistemato
all’ingresso del deposito con la visuale sulla stalla e sul porcile
oltre che sull’aia dove si svolgevano quasi tutti i lavori di
raccolta, sgranatura e conservazione dei prodotti della campagna. Aveva
le gambe aperte e divaricate con i piedi ben poggiati a terra e
controllava che la sua posizione avesse la corretta
perpendicolarità mentre eseguiva gli esercizi di stiramento
delle braccia, facendoli con la giusta apertura delle spalle
e del torace, alternando le braccia nella salita e discesa o
stirandole entrambe in contemporanea…la
cosa incredibile è che le sue mani si reggevano a una robusta
corda che aveva fatto sistemare dal figlio ad una trave del soffitto del
deposito sorretta da due incastri. Oltre
all’incredibile inventiva C. per eseguire gli stiramenti con effetto
di stretching era riuscito ad escogitare il sistema, l’unico
consentitogli dai suoi familiari, per uscire di casa, per esercitarsi
standosene all’aperto e all’ombra sulla soglia del deposito, in
compagnia delle nipoti, per riuscire da quella postazione centrale e
dominante a supervisionare il lavoro del figlio e degli altri componenti
della sua famiglia. C.
era compiaciuto e gratificato per quello che gli avevano detto
all’ospedale. L’ho molto complimentato per la sua buona volontà ed
ingegnosità nel praticare gli esercizi e, sfruttando la sua invenzione
della corda, gli assegnai altri esercizi e gli corressi solo la
posizione del corpo. Ma
non ero per niente tranquilla per l’inconsistenza
della sua visita di controllo e per la persistente latitanza
ospedaliera ad oltranza. A conferma dei miei timori , i familiari mi
dissero che il giorno prima del controllo C.era nuovamente caduto a
terra e nessuno di loro se n’era accorto per diverse ore. C. aveva
voluto per forza piantare nel suo orto le piantine di peperoncini, dopo
di che era caduto a terra. C. allora ha preso la zappa e tutto
orgoglioso, mi ha mostrato come la usava con la sola mano sinistra, come
si aiutava anche con la destra e come poggiava sopra il piede sinistro,
ancora traballante. Mentre
gli praticavo la terapia, C. non stava fermo un attimo, mi precedeva nei
movimenti, perché era ansioso di andare a controllare le sue piantine
nell’orto. Mi portò con sé a vedere il lavoro fatto tutto da solo ed
era così contento da non capire perché io fossi, invece, preoccupata.
La sua precisione maniacale saltava subito agli occhi, le piantine erano
così ben disposte, in file così regolari che doveva essergli costato
una fatica enorme. Pensavo interiormente che forse era meglio per C. che
morisse felice sistemando le piantine di peperoncini piuttosto che
infelice, conducendo una vita da recluso sotto la cappa di protezione
familiare o peggio che morisse di paura, di solitudine e di abbandono in uno
squallido ospedale. Il
mio ingresso “ufficiale” nella famiglia di C. a tutti gli effetti fu
deciso prima del 10 maggio: mi aspettavano con ansia per propormi per il
29 maggio di fare la “madrina” supplente ad Enza che mi adora, dopo
il nonno, ovviamente. C.
mi aspettava anche per andare in chiesa con me ad ascoltare la messa
essendosi sempre rifiutato di andare con i suoi familiari e sapevo il
perché. Il figlio non è praticante come C. e il resto della famiglia
va in chiesa una volta ogni tanto, e C. desiderava essere portato ad
Apice al Convento dei Cappuccini dedicato a S. Antonio “in un posto
dove non lo conoscono”. Continuando
a fargli terapie in vista della prima comunione di Enza, osservavo C.
che era sempre più eccitato, si muoveva freneticamente, tutto contento
che ora poteva finalmente andare a lavorare in campagna. Voleva guarire
al più presto ed esagerava con l’esposizione al caldo e al sole. Più
volte l’ho rimproverato
per la sua smania, pericolosa, data la situazione di accertamenti non
ancora fatti, invitandolo a lavorare almeno in ore più fresche della
giornata, nel corso della terapia, fatta all’ombra di un albero, con
C. seduto su una sedia. Verso la fine, C. smaniava per andarsene
nell’orto … Subito dopo il trattamento mentre C. camminava, lo
osservavo nella sua andatura più veloce e nell’appoggio più stabile
dei suoi piedi e d’accordo con il medico curante, fu deciso di
continuare una tantum con i trattamenti, data la smania di C. e i miei
impegni di lavoro. Al
mio ritorno ,il 15 maggio , trovai C. a letto per ordine del medico
curante: aveva il raffreddore e la febbre provocati dalle sue ripetute
esposizioni all’umido . C. Aveva voglia di coccole e mi chiese con
insistenza di ricevere dei trattamenti più lunghi perché lo aiutavano
a sentirsi meglio e a riposare. Dopo il trattamento, la febbre
era scesa e si fece porgere da me l’ organetto, appoggiato alla
cassettiera e suonò con una scioltezza incredibile. Desiderava suonare
alla Prima Comunione ma non credeva di potercela fare. Ancorché sapesse
, da tempo, mangiare e bere da solo, volle essere coccolato ed imboccato dalla moglie. Due giorni
a letto erano stati più che sufficienti per C. che non sapendo più
come far passare il tempo, aveva suonato sempre l’organetto e quando
ci riusciva bene, ricominciava daccapo. Dopo la terapia, si volle alzare
dal letto affermando: “ non sono più malato” e
proclamando a voce alta :” Il 29 marzo ero morto, dopo il 29 marzo
sono rinato a nuova vita. Il passato è passato. Ho imparato cose nuove
e sono migliorato”. Venne
il giorno della Prima Comunione e C. visse tutta la gamma completa di
emozioni. Cominciò dal mattino presto a litigare con la moglie perché
non riceveva abbastanza attenzione, mentre intorno a lui fervevano i
preparativi di vestizione della nipotina e del piccolo ricevimento
organizzato in casa per accogliere parenti stretti, me compresa, e i
vicini ,prima di andare in chiesa. Il risultato fu che andai alla
ricerca della moglie che era scomparsa
nei campi a piangere sull’ingratitudine e la cattiveria del marito e
non volle venire alla cerimonia con la giustificazione che non poteva
assentarsi da casa perché doveva accudire gli animali e per timore dei
ladri che si aggiravano nelle vicinanze. C.
fu accompagnato in chiesa da un vicino di casa, al quale si appoggiava
nel camminare, se ne stette seduto tutto il tempo in fondo alla chiesa,
vicino alla porta d’uscita, visibilmente a disagio, perché temeva
l’indagare della gente non solo sulle sue condizioni di salute ma anche le domande sull’assenza
della moglie. In chiesa era fortemente emozionato ed aveva gli occhi
lucidi; al ristorante, era riservato ma attento a quello che succedeva
intorno; parlava poco, era spesso triste, sempre pensieroso. Non riuscì
nell’intento di suonare l’organetto, un po’ per la difficoltà a
ricordare le parole delle canzoni e anche perché c’era un complesso
musicale appaltato dai parenti di un altro bambino che aveva fatto anche
lui la Prima Comunione ed avevano organizzato il pranzo insieme ai
genitori di Enza. C.
mangiò pochissimo e se ne era andò nel primo pomeriggio perché disse
che si era stancato molto. Tornato a casa, se ne andò a letto presto,
senza parlare con la moglie. Il
giorno successivo C. era
nervoso, pallido e stanco per il caldo. Era in piedi già dalla prime
ore dell’alba e lavorava indefessamente, nonostante i rimproveri del
figlio col quale aveva litigato violentemente. Mi raccontò che aveva
avuto difficoltà a dormire per i suoi consueti attacchi di ansia
notturna. Dopo il trattamento ,si sentì più tranquillo e rilassato. Il
giorno dopo , lo dovetti aspettare per un’ora . Era in giro, chissà
dove. Quando ritornò con il furgoncino dalla campagna, era affaticato e
si lamentava perchè si sentiva male. Era frenetico nelle sue mille
occupazioni, noncurante dell’esposizione al caldo e al sole. Mi
raccontò che i benefici dei trattamenti gli duravano due o tre giorni. A
giugno la terapia a C. assunse sempre più il carattere di terapia di
emergenza e di sostegno psicologico. C.
era molto insofferente al caldo, aveva la voce
sempre più gridata, piccoli tic alle labbra; si lamentava del
dolore alle braccia ,anche perché non riusciva a stare mai fermo, era
preoccupato e in ansia per
la raccolta del foraggio per nutrire gli animali. Aveva lo sguardo
spento e assente e diceva di non vederci bene. Nonostante i benefici
immediati del trattamento di emergenza, C. continuava però ad accusare
stanchezza fisica per il caldo eccessivo e stress mentale con sensazioni
di improvvise salite di sangue alla testa
e comparsa di vertigini. Aveva molta difficoltà a mollare il
controllo della situazione familiare e di lavoro. Continuava ad avere
atteggiamenti di durezza, rigidità e conflitto con il figlio.Ormai
nessuno riusciva a fermarlo più: usciva spesso con il suo piccolo
furgoncino e andava da solo anche molto lontano. I trattamenti praticati
avevano l’effetto di calmarlo sul momento e di far scomparire gli
effetti indesiderati del sintomo, ma non cambiavano la sua situazione di
fondo. C. era sempre il giorno dopo visibilmente stanco, teso
,arrabbiato col mondo intero e rimuginava sulla sua vita. Non
lo rividi che alla metà di agosto. Ebbi
la certezza che anche nel 2000 in Campania
si può ancora morire di malasanità. C.
da marzo era riuscito a fare, ovviamente, presso una clinica privata,
solo l’11 agosto, un ETC fortunatamente
definito ai limiti della norma con un ipertensione arteriosa
moderata 140/80. Alla
visita dell’otorino, anch’essa privata, si scoprì che il
funzionamento era regolare anche se con una corda vocale in meno ,da
molto tempo danneggiata. La
scintigrafia tiroidea, consigliata dalla dottoressa di non farla
all’ospedale,esame ritenuto dagli stessi medici urgente, potè essere
fatto solo alla fine di agosto, ed evidenziò un ingrossamento che a
volte premeva sulla trachea, determinando crisi di soffocamento e a
volte premeva sulla carotide, determinando una difettosa circolazione di
sangue e scarso afflusso al cervello. Il
doppler alle carotidi e alle arterie vertebrali, anch’esso eseguito in
strutture private, effettuato nel settembre 2000, rivelò “un
sovraccarico ateromatoso di grado diffuso. All’esame in B-mode si
evidenzia placca ateromasica fibrosa all’origine della carotide
interna sx determinante stenosi del lume di circa il 45%; placca
ateromasica fibrocalcica alla biforcazione carotidea origine carotide
interna destra al momento non emodinamicamente significativa;
ispessimento intimale diffuso”. L’unica
nota positiva: nel frattempo era cambiato il primario all’ospedale di
Benevento. Il nuovo primario è rimasto sbalordito dall’inefficienza
del suo sedicente precedessore. Per
il resto la vita di C. è sempre la stessa, fortemente a rischio con
l’aggravante della nostra lontananza. L'ultina volta che l'ho visto,
pochi mesi fa, mi ha mostrato con orgoglio gli oggetti in ferro battutto
da lui prodotti a scopo di vendita per beneficenza: a me ha regalato due
piccoli ferri di cavallo con le sue iniziali incise sopra, a mio marito
un miniaratro in ferro battuto e legno. C. è così, la sua riconoscenza
e il suo affetto lo dimostra in modo semplice ma carico di significati.
Eravamo commossi fino alle lacrime. Mi ha perfino aiutato a prendere un
pezzo di tronco da adibire a sgabello e me l'ha ripulito con l'accetta
usando solo la mano destra per farmi vedere i progressi che aveva
fatto..... E
poi si sorprendono se ancora nel 2002 provo rabbia verso
il mondo medico e le istituzioni…… La
storia di Crescenzo si commenta da sé ma offre spunti di riflessione
per il dibattito avviato con l’ipertesto. Se
si è predisposti alla relazione umana, qualsiasi ambiente può andare
bene purchè abbia i requisiti indispensabili per gli afasici: silenzio
e tranquillità intorno (se immerso nel verde della natura è meglio)
,sufficiente ampiezza per familiarizzare con lo spazio che li circonda e
per riappropriarsene come proprio- percezione e gestione del loro corpo
nel movimento, luminosità (anche con la collazione dei fiori o dei
colori) in contrasto all’atmosfera cupa vissuta interiormente,
possibilmente musica di accoglienza soft in sottofondo (suoni naturali o
musiche rilassanti) utili per operare uno stacco con la routine esterna
ed interna, per sedare l’ansia e attutire gli effetti dello stress. Nel
processo di rieducazione è importante la creazione di “atmosfere”
di accoglienza particolari che segnino l’avvio della comunicazione
sulle basi dell’ascolto non verbali, guardarsi intensamente negli
occhi, un respirare insieme, un contatto fisico, uno stabilirsi della
fiducia reciproca, prima chiave di ingresso in tutte le comunicazioni. L’ambiente
ideale sarebbe uno spazio gestito dalle Associazioni con disponibilità
di personale volontario motivato (da retribuire a prezzi politici)
, che lo spazio sia collocato in una sede accogliente in possesso
di buona parte dei requisiti necessari al rilassamento dell’afasico,
che diventi un luogo di riferimento nel quale la persona afasica abbia
voglia di ritornare perché si sente a suo agio, che possa imparare nel
tempo a sentire come “suo” dentro e riconoscere come luogo della sua
riappropriazione. Tutte queste condizioni si trovano raramente nei
centri di riabilitazione dove non ci sono le condizioni ottimali per
stimolare la comunicazione umana, dove si riscontra un generale
appiattimento della riabilitazione tecnica a scapito della relazione
umana ed emotiva con conseguente calo di motivazione sia
nell’operatore che nel paziente che si rifiuta di collaborare a una
rieducazione che percepisce lontana ed estranea. L’attore
=l’afasico,il familiare, gli amici per il riabilitatore sono tutti
importanti anelli di congiunzione, i riabilitatori sono mediatori di
informazioni sul suo mondo interiore come la storia di C. dimostra,
rappresentano i cuscinetti di ammortizzo degli attriti con il contesto
in cui la persona afasica o quella diversamente abile vive. E’ nella
loro costante collaborazione e dalla modalità di interazione che
possono costruirsi relazioni diverse, più fondate sul rispetto e sulla
comprensione reciproca. Quanto
alle modalità , non ne esistono di precostituite da proporre
come modelli. Ogni persona è un microcosmo da scoprire. Una modalità
particolare, anche se sperimentata positiva per una persona, può non
risultare tale con un’altra persona afasica. E’ dalla relazione
umana, dall’osservazione attenta e dal porsi in ascolto dell’altro
che si traggono quelle preziose informazioni utili all’individuazione
della particolare metodologia da usare con quella determinata persona,
con la sua storia, con il suo vissuto, la sua esperienza di vita, con le
sue paure, con le sue emozioni, con i suoi sogni, ecc. E’
un po’ come nel gioco collettivo e creativo dell’inventare una
storia circolare in una sera invernale seduti davanti al camino , una
storia che può anche non avere una fine e restare aperta, storia
che può finire, essere interrotta , cambiata e ricominciare in infiniti
modi diversi. Generalmente c’è una persona che la inizia, altri la
continuano e ciascuno esprime quello che ha dentro. Sugli interrogativi che si pongono i riabilitatori
intelligenti e sensibili: cosa deve fare chi vuol prendersi cura
della persona afasica ? che cosa? Come? penso che sarebbe necessario
: 1-
fare più seminari in cui semplicemente si ascoltino gli afasici e si
entri in relazione di ascolto con loro ,seminari di riflessione sul
ruolo dei riabilitatori, giustamente definiti da M.L.Gava “disabili
comunicativi”. Meno male che tra i disabili comunicativi c’è una
quota consistente di persone intelligenti e sensibili che si pongono in
discussione nel farsi le domande: cosa faccio nella seduta di lavoro?
quale strategia uso? quale modalità di apprendimento è più utile a
questa persona? Le
storie degli afasici parlano chiaro; denunciano tutte da sempre, da
troppo tempo, quali sono le cose da cambiare: lo stress derivante dal
raggiungere i luoghi preposti alla loro rieducazione, l’essere
considerati numeri e non
persone, tempi di attesa lunghi, peregrinazioni tra vari centri,
dipendenza dai familiari , non uniformità di metodologie, deficienza
umana dei riabilitatori, fastidio per il rapporto solo tecnico con il
riabilitatore, per i tempi scannati della rieducazione, per la fretta
imposta dalla terapia,per il rumore, il chiasso, le grida, la folla, il
traffico, per luoghi bui ed angusti e deprimenti, senza luce ,senza
suoni dolci e gradevoli, senza colori, senza calore umano,ecc. Tutte
queste condizioni, e non sono poche, andrebbero cambiate
e finchè non lo saranno, sempre più afasici saranno demotivati
per stanchezza e rinunceranno alla possibilità di un ritorno alla vita
sociale, perché saranno sempre più arrabbiati e quelli di loro, dotati
di minore resistenza e forza di volontà, rivolgeranno quella rabbia che
provano contro di sé, non potendo sempre scaricarla sui familiari, già
costretti a subire il massimo e a dover fare da soli. Il futuro che
aspetta gli afasici più deboli, perdurando le difficoltà anche delle
associazioni a sostenerli adeguatamente, è semplicemente sconcertante:
o l’isolamento e la conseguente depressione e rinuncia alla vita (come
già avviene purtroppo al sud) o un secondo ictus mortale, come
Blanca nel libro della Serrano o peggio la morte per cancro (i
casi già sono molti). E’
necessario abbattere tutte le barriere mentali, i pregiudizi, le false
certezze metodologiche, i conflitti tra scuole ,la stitichezza umana dei
rapporti, che impediscono una sinergia dei due mondi (normalità e
afasia o diversabilità) contrapposti in tutto, per superare quel muro
di silenzio che li divide e che fa rassegnare tanti afasici ad essere
considerati come “fantasmi scomodi” perfino nelle loro case, anche
nella relazione con gli stessi familiari, come nella testimonianza
conclusiva dell’ipertesto. Anche
in quest’ ottica, occorre tenere presente che non c’è un solo luogo
ideale da creare o ricreare, anche se deve prsentarsi come un luogo di
superamento delle logiche aziendali
sulle quali si fondano i centri riabilitativi, peraltro molto
diversi tra loro per qualità dei servizi erogati e per la disponibilità
degli operatori ad entrare in rapporto umano e non solo
tecnico-professionale. Si tratta di inventare una molteplicità di
luoghi e di situazioni per creare più contesti di stimolazione, perché
il contesto delle relazioni familiari intorno alla persona afasica è
molto vario. Non tutti gli afasici hanno la fortuna di essere accettati
ed aiutati con amore a superare o ,in molti casi, e sono proprio i più
gravi, quelli difficilmente recuperabili alla comunicazione verbale,
preparati a convivere con quel muro del silenzio della loro
prigione bianca. 2- Per prendersi cura della persona afasica, bisogna vedere e vivere nel suo ambiente quotidiano, trascorrere un po’ di tempo ad osservare la sua relazione con il suo particolare microcosmo, vivere le sue dinamiche non verbali di incontro-di scontro-di stimolo-di supporto-di richiesta di aiuto-di affermazione di autonomia per capire quali possano essere le strade da percorrere per entrare in una relazione di sostegno e di miglioramento delle sue condizioni di vita.…. |